Prologo.

La solitudine notturna penso sia la peggiore.

Al mattino la gente è attiva, frenetica, corre per le strade, sui marciapiedi, dietro ai pullman. Senti attorno a te tutta la frenesia.

Dopo pranzo vedi i ragazzini che tornano a casa da scuola, gente in bici, lavoratori in pausa, il mondo si muove più lentamente, ma continui a sentire energia, movimento.

La sera i ragazzi escono, i bar si riempiono, il baccano cresce e la vita passa un po’ più in fretta, le bottiglie si svuotano e i dolori scivolano via di dosso.

La notte è solo buia. Non c’è nulla. Nemmeno i programmi notturni dei maggiori palinsesti ti tirano su. Solo lampioni accesi e spenti qua e la, una macchina ogni tanto, il freddo nelle ossa.

Resto qui, seduto sul marciapiede di fronte al parcheggio semivuoto della stazione, con l’ultimo mezzo spinello che mi rimane, la doppio malto poggiata sull’asfalto freddo e l’odore di mille pisciate proveniente dalla mia sinistra, dove tutti vanno a svuotare la vescica dopo l’ennesimo bicchiere. Accanto a me un uomo pieno di risorse e idee poco lecite fissa il vuoto formato da catrame, cemento e sabbia davanti a se.

La scena è molto monotona vista da occhi estranei a tutti i fatti, ma in quel parcheggio, a notte fonda, io e il mio compagno di sbronze stiamo condividendo qualcosa di profondo, senza esprimerlo con parole o gesti, senza pompa magna.

Condividiamo la nostra solitudine.

Nonostante la nostra vicinanza, le risate di poco tempo addietro, le battute e le barzellette, in questo momento siamo seduti su un marciapiede freddo e scomodo a fissare il nulla cosmico, mentre la solitudine ci attanaglia lo stomaco.

Lui si chiama Luca, non so cosa sia per me, di certo non un amore, ma neanche una semplice amicizia. È un rapporto fraterno, familiare, molto strano.

Luca è più piccolo di me di un paio di anni ma non lo dimostra. Tra i due sembro io l’adolescente.

Mi alzo con la birra in mano, bevo l’ultima golata e la lancio verso i binari della stazione. Il fragore della bottiglia fa abbaiare i cani del palazzo popolare dietro di noi. Accendo quel che resta della canna e mi avvio verso la mia vecchia auto rigata e bollata, arrugginita e piena di adesivi. Accendo il motore e scaldo l’abitacolo, mentre Luca mi raggiunge masticando un cicles (si, una gomma da masticare).

Il viaggio è breve ma intenso, le viuzze strette a senso unico e piene di curve sono un grande rallentamento quando si guida una macchina molto vecchia.

Luca si ferma a metà strada, mentre io torno al mio nido, alla mia camera, al mio letto grande, fin troppo grande per stare da soli.

S.

Dopo aver ritardato la sua maturità di due anni passa le sue giornate a scrivere, guardare serie tv, scopare, bere, fumare e stare con gli amici.

La vita perfetta del ventenne, ma senza un lavoro cosa si fa? Nulla.

S è un nerd che odia la tecnologia moderna, un po un ragazzo paradosso.

S pensa che sia bellissimo avere un cellulare che costa mille euro, ma basta un 33 10 o 3 gettoni telefonici e una cabina per sentire la persona che ami.

S è incoerente, perchè anche se resta nell’analogico, il cellulare da mille euro lo sogna di notte.

S è pazzo, perchè anche se non ha un lavoro, non ha soldi e li chiede ai suoi, non ha un motivo per respirare tutti i giorni, lui rimane a galla, perchè quella manciata di persone che fanno parte della sua vita starebbero male senza di lui.

Me.

Buon giorno.

Sono quasi le 6 del mattino ed è un normalissimo venerdì.

Io non ho ancora chiuso occhio e forse so perché.

Non è colpa del ginseng solubile di qualche ora fa, era orribile e sapeva di acqua stagnante.

Non è nemmeno il mio Account Netflix con le vagonate di film e serie che mi vengono proposte ad ogni ora.

Sono sveglio perchè sono eccitato e spaventato da un fatto che accadrà questa sera.

Sono ufficialmente solo in casa, i miei sono partiti per 3 giorni e stasera ho organizzato una cena con i miei più cari amici e la mia ragazza.

Non so cosa fare, so solo che ho una moltitudine di cose a cui pensare e sento il peso della responsabilità addosso, per una cazzo di cena. Che poi un piatto di pasta va bene per tutti, ma la responsabilità di dover dare da mangiare a 7 cristiani non mi fa dormire la notte.